Vaticano
Il cuore inquieto dell'uomo cerca davvero l'unità? PDF Stampa E-mail
Scritto da Angela Ambrogetti   
Lunedì 16 Gennaio 2012 16:15

Per trovare la vera pace l’uomo deve mantenere un cuore inquieto. Un cuore cioè che “non si accontenta di niente che sia meno di Dio e, proprio così, diventa un cuore che ama.” Il giorno dell’Epifania Benedetto XVI lo ha ricordato ai vescovi che aveva appena ordinato e a tutti noi. Ma l’inquietudine del cuore umano che cerca Dio non è certo quella che il mondo ci getta in faccia e ci rende solo più disperati. Non è certo l’inquietudine di chi cerca di avere sempre di più, di chi si lascia “narcotizzare” dalle emozioni forti, di chi dimentica il buon gusto davanti ad una tragedia (che dire ad esempio del quotidiano che mette le notizie del disastro della Costa Concordia a fianco alla pubblicità delle vacanze in crociera?). La vera inquietudine dell’uomo è verso Dio.

“Ma non soltanto noi esseri umani siamo inquieti in relazione a Dio” spiega Benedetto XVI, “il cuore di Dio è inquieto in relazione all’uomo. Dio attende noi. È in ricerca di noi. Anche Lui non è tranquillo, finché non ci abbia trovato.” Questo spiega molte cose. Spiega perché nonostante la nostra distrazione dalla pace e dall’unità, Dio continui ad operare al nostro posto. Lo vediamo nella Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che stiamo vivendo, un appuntamento che sembra sempre più assente dalle attività pastorali comuni di parrocchie e movimenti. Così come sembra lontana dal cuore dei cristiani la “inquietudine” verso quel dialogo tra cristiani ed ebrei che apre la settimana ecumenica in Italia e in altri paesi. Una giornata ricordata solo da qualche convegno universitario fatto di buone intenzioni e posizioni accademiche che non escono nemmeno fuori della porta dell’aula magna. Perché non c’è l’inquietudine di arrivare a Dio. “Lasciatevi colpire dall’inquietudine di Dio, affinché il desiderio di Dio verso l’uomo possa essere soddisfatto”, ha detto il Papa all’ Epifania. Il cuore inquieto dell’uomo dovrebbe cercare l’unità. E non solo quella tra cristiani. Un’indicazione viene proprio dalla struttura che la Santa Sede si è data dopo il Concilio Vaticano II, dopo la Nostra aetate. Nel Concilio non solo i cattolici ritrovarono lo slancio ecumenico, ma anche quello della ricerca di Dio delle religioni non cristiane, prima fra tutte quella ebraica.

“Il Giudaismo- ha ricordato il cardinale Kasper nel 2004- non è una religione tra le religioni non cristiane ma, come afferma chiaramente il Capitolo 4 della Dichiarazione Nosta aetate, la Cristianità ha un rapporto particolare e unico con il Giudaismo. Non possiamo definire la Cristianità e la sua identità senza fare riferimento al Giudaismo, e ciò non si può dire nel caso dell'Islam, del Buddismo o di ogni altra religione. Il Giudaismo appartiene alla radice stessa della Cristianità.” Per questo la Commissione per il dialogo ebraico cristiano è inserita nel Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani, erede del conciliare Segretariato per la promozione dell’unità dei cristiani. Molte conferenze episcopali del mondo hanno seguito questo modello, in primo luogo quella italiana. E del resto, come ricordava in articolo su L’ Osservatore Romano il cardinale Ratzinger nel 2000: “È evidente che il dialogo di noi cristiani con gli ebrei si colloca su un piano diverso rispetto a quello con le altre religioni. La fede testimoniata nella Bibbia degli ebrei, l’Antico Testamento dei cristiani, per noi non è un’altra religione, ma il fondamento della nostra fede”.

Inquietudine del cuore dell’uomo quella della ricerca della verità e dell’unità, della pace, del dialogo, della fratellanza che ci rende tutti figli di Dio, dello stesso Dio. Inquietudine come quella dei Magi “che non si accontentavano di ciò che appare ed è consueto.”

 

 

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