Un giorno a Sarajevo con il Papa Stampa
Scritto da Angela Ambrogetti   
Lunedì 08 Giugno 2015 14:23

 

Se si arriva per la prima volta a Sarajevo sembra di scorrere le pagine di un libro di storia. A Sarajevo la storia è lì, aperta davanti ai tuoi occhi con la sua tragicità. Ci sono la case in stile ottomano nel centro storico, i palazzi in stile austriaco e i giardini come a Vienna, i casermoni in stile sovietico e le vecchie case senza stile ancora crivellate di colpi che ti ricordano la guerra più recente. Come i cimiteri, dislocati qua e là, macchie bianche che segnano la città dallo stadio ai parchi pubblici. E ci sono gli impianti sportivi che ricordano le ultime glorie comuniste ridotti a miseri resti, a fianco dei centri commerciali iper moderni dove troneggiano le insegne dei maggiori brand specialmente italiani.

 

 

Miseria e consumismo si fronteggiano come in molti paesi balcanici alla ricerca di una sintesi che alcuni chiamano Unione Europea. La Bosnia Erzegovina spera di entrarci presto, ma “non ci sono i parametri”. Eppure a pochi chilometri ci sono Bulgaria e Romania, e Grecia che certo non hanno proprio i “parametri” dell’ Europa occidentale.

E poi c’è l’ Islam. Sempre più presente, con moschee modernissime finanziate dall’estero.In questa Sarajevo, 18 anni dopo Giovanni Paolo II, è arrivato, per una visita lampo, Papa Francesco.

“Io vorrei incominciare a fare le visite in Europa, partendo dai Paesi più piccoli, e i Balcani sono Paesi martoriati, hanno sofferto tanto!” Dice il Papa ai giornalisti che lo hanno seguito per tutta la giornata e che sono con lui sul volo del rientro.

Un segno forse è anche quel nastro adesivo che in emergenza tiene insieme il pastorale di Paolo VI e di Giovanni Paolo II che si è rotto all’improvviso. É lo stesso che il Papa santo aveva nel 1997 nello stesso stadio allora raggelato da una bufera di neve. Rotto, ferito, da riparare. Come la Bosnia che è ancora ai piedi della Croce con i suoi cristiani che cercano di riparare il loro cuore. Lo hanno fatto con entusiasmo nello stadio alla messa, lo hanno fatto con fede i religiosi nella piccola cattedrale, lo hanno fatto i giovani a modo loro facendo domande al Papa. E lo hanno fatto anche i rappresentanti delle diverse religioni.

Tante testimonianze. Da quelle travolgenti delle suore e dei preti che sono stati martiri della guerra e dell’odio a quelle entusiaste dei ragazzi. “Voi siete fiori di una primavera, che vogliono andare avanti e non tornare alla distruzione, alle cose che ci fanno nemici gli uni gli altri” dice il Papa mentre la città si prepara a salutarlo. Non ci sono bagni di folla per Papa Francesco a Sarajevo. Lo stadio è gremito per la messa, ma le strade sono blindate per motivi di sicurezza, gli elicotteri occhieggiano dall’alto ogni spostamento e la sensazione che la guerra non sia davvero finita entra nell’animo.

Sarajevo è più città in una sola. Lungo il fiume che la segna, chi arriva per la prima volta, cerca quel ponte e quella curva dove la Grande Guerra è iniziata. Quella dell’attentato all’arciduca Francesco. Gli antichi palazzi non ci sono più. Di quella guerra, almeno, non c’è più traccia.

“ Santità aspettiamo il suo sincero e pieno appoggio” nel percorso per entrare nell'UE, dice Mladen Ivanić il presidente serbo, uno dei tre, uno per etnia, che guida il paese. Abbiamo fatto grandi progressi, ma c’è ancora tanto da fare, spiega.

Per prima cosa perdonare. ”Un uomo, una donna che si consacra al servizio del Signore e non sa perdonare, non serve” dice il Papa dopo aver sentito raccontare di torture e martirio i religiosi di Sarajevo. “Perdonare un amico che ti ha detto una parolaccia, con il quale avevi litigato, o una suora che è gelosa di te, non è tanto difficile. Ma perdonare chi ti picchia, chi ti tortura, chi ti calpesta, chi ti minaccia con il fucile per ucciderti, questo è difficile. E loro lo hanno fatto, e loro predicano di farlo!”

C’è tanto da perdonare a Sarajevo. E c’è tanta storia, quella bella, da recuperare. Passando davanti al Museo c’è ancora scritto: chiuso. Se si “chiude” la memoria culturale di un popolo si ipoteca il suo futuro. Il presidente della comunità ebraica lo dice al Papa con dolore perchè in quel museo c’è un piccolo gioiello ebraico: l’ Haggadah di Sarajevo, uno dei più antichi del mondo. Davanti alla cattedrale un manifesto ricorda un'esibizione permanente sull’eccidio di Srebrenica. Ma non si può ricordare solo l’odio. Per questo il Papa è stato a Sarajevo. Sarajevo “è anche una città che ha sofferto tanto nella storia e adesso è in un bel cammino di pace. E’ per parlare di questo che io faccio il viaggio: come segno di pace e come preghiera di pace.”

Un cammino che deve essere affrontato insieme e che deve essere affrontato a Sarajevo come in tutte le città della Bosnia Erzegovina. Città dalle quali la gente va via per cercare una vita migliore.

Mentre scende la sera le montagne che circondano la cittadina si fanno cupe e minacciose. Sulle colline in lontananza le case sembrano villette. Qualcuno brucia della legna, e la colonna di fumo che si alza fa venire i brividi, come una immagine flash di una guerra che sembra non voler finire.

Tornando velocemente in aeroporto su un cartello leggi: “tunnel della vita”. 700 metri di sotterraneo che per anni è stato il solo accesso alla città, oggi finalmente è solo una indicazione stradale.

 

Articolo pubblicato su www.acistampa.com